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La Cura del Contesto. Il Lavoro di NODI nella facilitazione dei Processi. Una Esperienza.

Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.

Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.

Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.

(Meditazioni, Giovanni della Croce)



Lavorare con i metodi attivi oltre che utilizzare una tecnica significa assumere un punto di vista, è un approccio, una “visione”. Visione che permette di gestire processi partecipativi e generare coinvolgimento, ingaggiare le persone e produrre valore attraverso la partecipazione al processo. Naturalmente non è scontato raggiungere un risultato pieno, sebbene nella nostra esperienza l’attenzione alle persone, a ciò che portano nelle organizzazioni come competenze, sensibilità e relazioni dà sempre e comunque dei risultati.

La sfida che abbiamo raccolto rispondendo ad una richiesta dell’ASL Romagna è stata quella di curare la costruzione di una rete con gli stakeholder dei servizi residenziali e semi-residenziali regionali che accolgono persone con disturbo dello spettro autistico.

Abbiamo ritenuto necessario e opportuno, coerentemente con la finalità della committenza, costruire un percorso di confronto con la dimensione contestuale, ovvero mettere in chiaro e in valore i sistemi di conoscenza, i saperi pratici, le appartenenze e i processi di partecipazione.

È anche interessante ripercorrere alcuni significati di contesto: contesto ovvero cum-texere, tessere insieme, intrecciare, con una idea e un riferimento al tessuto, ciò che è tenuto assieme, quindi trama e ordito. Diviene cruciale orientare il gruppo di lavoro, sostenere ed orientare le persone a fare buoni incontri, guidare i processi di costruzione di nessi che connettono le varie parti, così come trama e ordito costituiscono la tessitura. Contesto richiama un lavoro di costruzione, di reciprocità, di giustapposizione di mattoni per generare una costruzione, e nel costruire vi è la ricerca del progetto: non una costruzione data in precedenza, ma dinamica e che dipende anche dalla natura dei mattoni e dei materiali intercettati durante il percorso. Quindi connettere, raccordare, rimodulare nel gruppo i nodi. Il termine gruppo (derivato dal germanico kruppa, massa arrotondata) aveva originariamente il significato di nodo ed è passato poi ad indicare un insieme di elementi distinti, ma riuniti in modo da comporre una totalità, fino poi ad identificare un insieme di cose o individui.

La gestione di corde, fili e nodi ci rimanda inevitabilmente al rapporto fra complicato e complesso, fra ciò che è una regola scritta, binaria e univoca e ciò che rimanda ai legami imprevedibili e in-dipendenti, ai legami deboli e al legarsi nell’accadere.

Tali aspetti sono caratteristici dell’incontro nelle e fra le organizzazioni, incontro fra insiemi, parti, individualità, funzioni. È proprio questo contesto dinamico, di forma mutevole, situato, che può generare nuove situazioni, sentieri imperfetti ma percorribili, azioni “sporche” e provvisorie ma funzionali ed adatte alle persone che le mettono in pratica. Alla chiarezza operativa, legami solidi e rigidi, forti, si contrappone la possibilità di co-costruire una rete, costruire in embrione e coagularsi intorno ad alcuni elementi della visione, e identificare possibili piste operative ma non definitive, non avere la pretesa dell’essere definitivi e quindi acquisire dimestichezza con l’incertezza, con la capacità negativa che rende possibile la riflessione continua, la plasticità del sistema, la reciproca condivisione. L’emergere di nuovi intrecci fra trama e ordito generano senso e significato delle azioni organizzative, e sollecitano la soggettività a muoversi su sentieri mai battuti.

Immergersi nel contesto ha avuto nella nostra proposta una valenza specifica: costruire una possibilità di tessitura di pratiche, di attribuzione di senso, di ricerca di progressiva stabilità e possibilità di costruzione di una rete.

Ciò acquista particolare concretezza nelle varie occasioni di incontro, di scambi fra organizzazioni, costruzioni di possibilità concrete di contatti e collaborazione. Per essere concrete e stabili, al di fuori di una tessitura istituzionale, queste possibilità devono essere dotate di senso per la comunità che le sperimenta e le propone.

In questo spazio di confronto, dove è possibile tessere e costruire, acquistano significato i rapporti fra elementi organizzativi hard e aspetti taciti, non detti, informali. È possibile tessere trame fra contenuti, prassi e aspetti etici, fra ciò che viene formalmente predisposto, le relazioni sociali e i canali di comunicazione fra attori.

Attraverso questo scambio e questa circolarità può emergere un insieme di pratiche di costruzione di rete che acquistano progressiva stabilità partendo da elementi minimi, magari instabili ma necessari e condivisi. In questa idea di contesto, viene reso possibile il confronto, la circolarità, la ricerca di parziali convergenze e la messa in campo di azioni che soddisfano obiettivi comuni. In questa trama di significati magari provvisori e poco noti ci si può anche permettere di disfare e rifare proprio perché la cornice, il telaio, la possibilità di relazione è stata costruita. È un accordo tacito, dove ci si può anche permettere l’errore e il conseguente apprendimento.

In questo processo, prevalentemente costruzionista, acquista valore e spazio sia la parte legata a processi, tecnicalità, rapporti e regole formali, sia il portato in termini di emozioni, valori, etica.

In questa prospettiva calarsi fra le maglie della rete degli stakeholder può voler dire, ed è stato questo il nostro tentativo, tracciare possibili sentieri di comunicazione fra differenti sensibilità, elementi unici e irripetibili, ambigui e contradditori, a volte necessari.

Un approccio operativo che ci è sembrato poter rispondere a questo mandato è stato quello del Design Thinking unito come stile, criterio di conduzione e lettura delle dinamiche di gruppo, a quello dei metodi d’azione.

Il Design Thinking (DT) è un metodo ma anche un modo di pensare che, partendo da bisogni e desideri delle persone mira ad integrare i contributi di ognuno rendendo possibile operare delle scelte, stabilire priorità, cercare e trovare modi di operare comuni.

Il DT ha a che fare con la visione del futuro, importante elemento motivazionale delle persone e dei gruppi, e quindi dell’agire nelle organizzazioni. Procedendo secondo i principi del DT si può acquisire la necessaria capacità a cercare e trovare le giuste domande e poter sopportare anche la frustrazione nell’apprendere che magari non si avranno risposte immediate o soluzioni universali e permanenti. Quest’ottica può costruire le condizioni per individuare le situazioni da considerare, i problemi da tener presente, i limiti e le possibilità, e acquisire un punto di vista che genera la possibilità di immaginare futuri possibili.

La sicurezza sta nell’avere un metodo, nell’avere dei compagni di viaggio e sfruttare l’abbrivio e l’oscillazione per lanciarsi in un passo successivo, seguendo il flusso.

Magari non sappiamo come andrà a finire, ma proprio per questo diventiamo capaci di immaginare e perché no di progettare finali possibili, sequel e prequel che arricchiscono la nostra narrazione. Costruire innovazione o quanto meno provare a fare le cose in maniera differente può generare apprendimento se finora, attraverso strade già battute, non siamo arrivati alla meta desiderata. Altro elemento importante nel processo e nei principi del DT è il valore dell’apprendimento insieme. Impossibile giungere alla meta se non si è coinvolti in un’idea comune, se non ci si è immersi nello scenario, se non lo si è compreso e condiviso.

L’azione è generata da tutti i componenti del team o dagli stakeholder, attraverso il coinvolgimento. Durante l’azione ancora una volta si chiede alle persone di acquisire uno stile, quello di contestualizzare e ricontestualizzare, di guardarsi intorno e confrontare i punti di vista, di provare a fare il contrario e osservare. Uno sguardo obliquo ci dà la possibilità come gruppo di vedere opportunità, comprendere le distanze che a volte ci separano, accettare le contraddizioni, concepire soluzioni. In questo modo le persone sono al centro.

Ci sembra interessante aver proposto un metodo che nel percorso adotta uno stile vicino all’obiettivo che il progetto ha fissato, ovvero la persona al centro, la qualità della vita, il “diritto di voce”.

In questo processo abbiamo provato a mettere al centro le persone con le loro complessità e incertezze, e ci è parso un buon inizio.




Se vuoi saperne di più contattaci all'indirizzo mail nodi@nodionline.it



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